SPECIALI


Il 5 ottobre Kazuo Ishiguro vince il Premio Nobel per la Letteratura 2017. Lo scrittore è stato premiato dall’Accademia con la seguente motivazione: «Kazuo Ishiguro, in romanzi di grande potenza emotiva, ha svelato l’abisso che si spalanca sotto l’illusorietà del nostro legame col mondo». Per l’autore «è una notizia meravigliosa e del tutto inaspettata. Mi arriva mentre il mondo attraversa una fase d’incertezza che investe i suoi valori, i suoi leader e la sua sicurezza. Vorrei tanto che questo onore, enorme per me, fosse d’incoraggiamento, seppure minimo, per le forze di pace e buona volontà di questo tempo».
Nato l’8 novembre 1954 a Nagasaki, si traferisce con la famiglia in Gran Bretagna quando ha cinque anni. Alla fine degli anni Settanta si laurea in Inglese e Filosofia all’Università del Kent, e studia Creative Writing all’Università dell’East Anglia.

Ishiguro si dedica a tempo pieno alla scrittura fin dal suo primo libro, Un pallido orizzonte di colline (1982). Sia il primo che il suo secondo romanzo, Un artista del mondo fluttuante (1986) si svolgono a Nagasaki pochi anni dopo la Seconda guerra mondiale. I temi ai quali più spesso l’autore viene accostato sono qui già presenti: la memoria, il tempo, l’autoinganno. Particolarmente evidenti nel suo più noto romanzo, Quel che resta del giorno (1989), vincitore del Man Booker Prize e da cui è stato tratto il film omonimo per la regia di James Ivory con Anthony Hopkins nel ruolo del maggiordomo Stevens, ossessionato dal dovere.

Seguono il romanzo Quando eravamo orfani (2000), in cui nella Shanghai alle porte della Grande guerra un detective indaga sulla sorte dei suoi genitori rapiti; e l’opera distopica Non lasciarmi (2005), con cui Ishiguro introduce nella sua scrittura una corrente sotterranea di fantascienza. Dal romanzo è stato tratto il film omonimo di Mark Romanek con Keira Knightley.

Nella raccolta di racconti dal titolo Notturni. Cinque storie di musica e crepuscolo (2009) la musica gioca un ruolo centrale nel raffigurare le relazioni fra i personaggi. Nel suo ultimo romanzo, Il gigante sepolto (2015), una coppia di anziani compie un viaggio a piedi attraverso un arcaico paesaggio inglese, nella speranza di riunirsi al figlio ormai adulto, che da anni non vede. Il romanzo esplora, in maniera toccante, come il ricordo sia intimamente legato all’oblio, la storia al presente, e la fantasia alla realtà.

Oltre alle sue otto opere di narrativa, Ishiguro ha scritto anche sceneggiature cinematografiche e televisive.

Tutte le opere di Kazuo Ishiguro sono tradotte in Italia da Einaudi.


Per raccontare gli strappi della vita occorrono parole scabre, schiette. Di quelle parole Donatella Di Pietrantonio conosce il raro incanto. La sua scrittura ha un timbro unico, una grana spigolosa ma piena di luce, capace di governare con delicatezza una storia incandescente.
Donatella Di Pietrantonio è la vincitrice del Premio Campiello 2017 con L’Arminuta.
Donatella Di Pietrantonio è la vincitrice della 55esima edizione del Premio Campiello con L’Arminuta. «Sono emozionatissima, felicissima. Voglio dedicare il premio alle mie due famiglie: quella che mi ha generato e quella che ho costruito e alle persone che hanno lavorato con amore intorno a questo libro. Ringrazio i lettori che lo hanno amato, le due giurie che lo hanno votato e i librai». Queste sono le prime parole dell’autrice che, visibilmente commossa, aggiunge un’altra importante dedica: «Voglio portare questo premio in Abruzzo, nella mia regione che viene fuori da un anno orribile, che ha subito terremoti, valanghe e incendi», terra in cui è ambientato il romanzo, «una storia estrema in cui la maternità, l’amore e l’abbandono prendono corpo nella vita di una ragazzina di tredici anni» (tutto libri – La Stampa, link). La Di Pientranio ha anche ammesso che di essere «tentata da un seguito. I lettori e le lettrici me lo hanno chiesto tantissimo, in tutti gli incontri e presentazioni che ho fatto. E lo chiedono soprattutto per Adriana, vogliono vederla adulta» (Corriere della Sera).
L’Arminuta, «straordinario e toccante, è tra i romanzi italiani più belli dell’anno» (Giuseppe Fantasia, Huffington Post del 10/09/207, link), tocca corde così profonde, originarie, che sembrano chiamarci per nome. I temi che tratta sono complessi da affrontare ma la scrittrice conosce le parole per raccontarli ed è dotata di una rara intensità espressiva, tanto da essere considerata «una delle più importanti scrittrici italiane» da Michela Murgia.
«C’è una scrittrice unica in Italia. Ha cinquantacinque anni, ogni giorno lavora nel suo studio dentistico a Penne, in Abruzzo, e per scrivere si alza molto presto al mattino e fra le cinque e le sette procede per “lampi”, come dice lei. Attraverso questi lampi, Donatella Di Pietrantonio ha scritto romanzi e racconti di grande potenza e l’ultimo suo libro è una perla» (Matteo Nucci, «la Repubblica» del 19/02/2017).
L’Arminuta, «quella che è ritornata», è una ragazzina di tredici anni che, per motivi a lei incomprensibili, viene riportata dallo zio che l’ha adottata da piccola alla sua famiglia d’origine. Dietro la porta della nuova casa c’è un mondo nuovo, estraneo e rude che sembra appena sfiorato dal progresso.
«Con una borsa piena di scarpe confuse», simbolo forse di un viaggio tutto da percorrere, l’Arminuta deve affrontare un nuovo inizio e rielaborare un distacco che non accetta. Ha tante domande a cui nessuno dà risposta, si sente colpevole di quell’abbandono. I bei vestiti che indossa, desiderati subito dalla sconosciuta sorella che apre la porta, sono il segno di ciò che lascia alle sue spalle. Trova una casa inondata da suoni e odori a cui non era abituata: il russare del padre, il pianto del fratellino, l’odore del sugo, del sudore, del caffè… tutto ingigantito dalla promiscuità. Era abituata alla gentilezza del linguaggio e dei comportamenti, ora deve affrontare un mondo dove «le mazzate» sono l’unico mezzo per educare.
«Parlavo un’altra lingua e non sapevo piú a chi appartenere. La parola mamma si era annidata nella mia gola come un rospo. Oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza» (L’Arminuta, p. 100)
L’autrice riesce a scavare nell’animo della protagonista e in quello del lettore usando un linguaggio scarno ed essenziale, delicato ed elegante che crea un piacevole e riuscitissimo contrasto con il dialetto rude, a volte volgare, della «nuova» famiglia della ragazzina. La lingua di Donatella Di Pietrantonio è dunque metafora delle differenze culturali fra la «Ritornata» e i suoi nuovi parenti biologici.
La scrittrice racconta una storia di perdita e di dolore, affronta una delle paure più profonde di ogni essere umano, quella di perdere le persone dalle quali dipende la propria felicità, e lo fa tramite una ragazzina tenace che non si arrende al suo destino:
«Ecco dove sta il motore narrativo di L’Arminuta, la benzina letteraria che permette a Di Pietrantonio di tenere un passo serrato ma sempre retto da una scrittura febbrile e potente: il rifiuto, da parte della protagonista, di rassegnarsi a questa ineluttabilità geografica-genetica, l’ostinazione a non voler rimanere in un posto scelto per lei da un potere invisibile e, soprattutto, la volontà di capire perché, all’improvviso, la donna che l’aveva accettata come figlia ha deciso di rimandarla indietro» (Roberta Scorranese, «Corriere della Sera» del 12/02/2017

Paolo Cognetti è il vincitore del Premio Strega 2017 con Le otto montagne.
«È la realizzazione di un sogno, e il sogno era non tanto di vincere un premio, quanto di fare lo scrittore e vivere del mio lavoro e ci sono riuscito».
Paolo Cognetti
«Un classico, da leggere senza discutere».
Maurizio Crosetti

Giovedì 6 luglio, nei suggestivi spazi del Ninfeo di Villa Giulia a Roma, Paolo Cognetti ha vinto la 71esima edizione del Premio Strega con Le otto montagne. L’autore, che ha vinto anche la quarta edizione del Premio Strega Giovani 2017, felice e commosso per il prestigioso riconoscimento, ha dedicato la vittoria alla montagna, «perché è un posto abbandonato, dimenticato e distrutto, in molti casi dalla città, e io mi sono votato a cercare di raccontarlo. Ho cercato di fare il portavoce, il tramite tra la montagna, la pianura e la città, che sembrano lontanissimi. E io provo a raccontare quelle storie per chi non le conosce e vive troppo lontano, e cerco in qualche modo di salvare il mondo in cui vivo», aggiungendo che essere arrivati qui «è la realizzazione di un sogno, e il sogno era non tanto di vincere un premio, quanto di fare lo scrittore e vivere del mio lavoro e ci sono riuscito».

Fin dalla sua genesi, Le otto montagne è stato un caso letterario, come ha dimostrato l’appassionata competizione tra le case editrici interessate a pubblicarlo in tutto il mondo: il romanzo infatti è stato tradotto in oltre 30 paesi. Anche la critica ha accolto calorosamente il libro di Cognetti, uscito nel novembre del 2016: è stato definito «un classico, quasi un meteorite di altri tempi dentro un universo a volte in fuga dai grandi temi» da Maurizio Crosetti su «la Repubblica», e dallo «stile trasparente e comunicativo, ma non scialbo, musicale senza cercare l’effetto, preciso e privo di similitudini involontariamente grottesche. […] Cognetti usa un bellissimo italiano» da Paolo Di Paolo su «La Stampa».

Le otto montagne racconta la storia di Pietro, un ragazzino di città solitario e un po’ scontroso, del suo rapporto con i genitori, con il suo amico Bruno e, soprattutto, con la montagna – l’autore sul palco dello Strega avverte: «”natura” è una parola che usano le persone di città».
La montagna, nella sua scarna bellezza, dura e selvaggia, segna l’anima per sempre, lascia l’impronta in chi vi è nato e in chi l’ha amata. Diventa una categoria dello spirito e, anche quando la si lascia in cerca di un altrove più conveniente, non ci si può mai staccare veramente da essa. Basta un suono, un profumo, e si è risucchiati. È questo che capita ai personaggi del romanzo, che non riescono a farne a meno, e vanno e ritornano, senza mai lasciarla veramente.
È una storia «di padri e figli, di abbandono della civiltà, di libertà della vita selvatica. Ho sempre avuto il ricordo di una grande felicità vissuta da bambino tra i boschi. Qualunque cosa sia il destino abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa» (Paolo Cognetti).

http://www.einaudi.it/speciali/pordenonelegge-2016

 

 

Simona Vinci, Premio Campiello 2016

«Chi non ha ancora letto questo libro complesso, contemporaneo e poetico, lo faccia. Resterà incollato alle sue pagine e scoprirà, se ancora non la conosce, una narratrice bizzarra, idiosincratica, lirica e affabulante. L’unica erede dalla Morante in un paese che idolatra narratrici invisibili e le sue amiche geniali. Simona Vinci lo è molto di più, e a viso aperto».

Marco Belpoliti, «L’Espresso » del 09/09/2016

 

Simona Vinci è la vincitrice del Premio Campiello 2016 con il romanzo La prima verità (Stile Libero Big). La giuria dei Trecento Lettori Anonimi ha assegnato il premio alla scrittrice di Budrio, capace di indagare sull’orrore consumato a Leros, un’isola-manicomio dove a suo tempo (l’istituto è stato attivo dal 1959 ma negli anni Novanta ancora ospitava più di mille pazienti) il regime dei Colonnelli aveva deportato gli oppositori politici di tutta la Grecia, facendoli convivere con i malati di mente.

L’autrice lavora su diversi piani temporali, racconta storie reali, le prende come modello e le reinventa. Il suo è un lavoro di testimonianza, di evocazione e d’immaginazione letteraria. Nel libro ci sono le paure, le angosce e le fantasie di quei prigionieri e anche di ognuno di noi.

«Il romanzo è avvolgente, Vinci tratta la scrittura come il poeta Stefanos/Ritsos dice che andrebbe trattata, “come un corpo delicatissimo” – macchie di colore, versi, accensioni liriche, il paesaggio greco che palpita, che parla; e una sensazione di stare come tra incubo e risveglio, o dentro un’allucinazione. L’autrice ci trascina in ciò che pareva indicibile, sfida sé stessa e trova il lessico per dire.» (Paolo Di Paolo, «la Stampa» del 09/04/2016,

«In quell’isola veniamo catapultati anche noi, grazie a una scrittura che, come il sole estivo sulla terra brulla, più che splendere brucia […] La sua penna si misura con il potere, l’eros, la morte, la poesia, e dà voce a decine di uomini e donne abbandonati, forse condannati alla follia, uomini e donne che cercano o non cercano di contrastare quella condanna, uomini e donne alla prese con il tentativo di tenerla fuori dalla propria porta di casa. Un tentativo che ci riguarda tutti, nessuno escluso. La prima verità è lì a ricordarcelo, con la ferocia e la grazia che hanno solo i grandi libri». (Simone Giorgi, L’INDICE dei libri del mese del 24/08/2016,

Il Premio Campiello è frutto anche di un grande lavoro di ricerca fra articoli, notizie, fotografie, forum di psichiatria sulle vicende consumate a Leros; è anche la ricerca interiore dell’autrice che semina tracce di sé e del suo vissuto famigliare nel romanzo.

«Simona Vinci è partita dalla suggestione delle fotografie di Antonella Pizzamiglio scattate nel 1989 e messe in mostra più tardi sotto il titolo “Leros, anche il nulla ha un nome”; è andata lei stessa più volte sull’isola, come il personaggio di Angela, ha cercato indizi – mossa da una ossessione che si svela prima per lampi e poi pienamente nell’ultima parte del romanzo, sincera, spietata, bellissima. » (Paolo Di Paolo, «la Stampa» del 09/04/2016

«È un grande romanzo di struttura complessa ma chiara, e quasi dostoevskiano nel dire un vero molto vero. Ed è l’occasione per scavare, nei due capitoli finali, sul nostro mondo, sulla sua pazzia di ieri e di oggi. Leros è specchio di un universo in cui i “disturbi” mentali riguardano tutti, sono il nostro modo di esistere, di fare e di farci del male». (Goffredo Fofi, Internazionale del 16 aprile 2016

Simona Vinci aveva partecipato al Campiello due volte, nel 1999 con In tutti i sensi come l’amore e nel 2003 con Come prima delle madri, sfiorando la vittoria senza però conquistare il podio. Stavolta ce l’ha fatta, con uno dei libri più elaborati, in cui la prosa si mescola ai versi, ma sul dolore non c’è sconto. Voleva raccontare i folli, le persone rinchiuse nei manicomi, quelli che nessuno vede. Ora che La prima verità(Einaudi Stile Libero) ha vinto la cinquantaquattresima edizione del Campiello, la scrittrice, si rilassa e spiega l’importanza di un romanzo che ha toccato la sua vita personale in profondità, forse più di altri scritti del passato: «Sono maturata. Quando ho finito di scrivere ero diversa. In mezzo ci sono stati traslochi, è arrivato un figlio. Venivo da un periodo difficile».

Raffaella Desantis, «la Repubblica» del 12/09/2016

 

franzen-intervista-evidenza-800x423

 

Alla ricerca di Purity

978880621660GRA

2016
Supercoralli
pp. 656
€ 22,00
ISBN 9788806216603

Traduzione di Silvia Pareschi

 

Come nasce un personaggio? Da dove vengono le trame? Come si racconta il carisma? E l’idea di purezza non è un po’ turpe? Jonathan Franzen racconta come è nato Purity e le montagne che ogni scrittore deve scalare.

di Jonathan Franzen e Laura Miller

 

Laura Miller: Mi pare che Purity rappresenti uno scarto, almeno rispetto agli ultimi due libri, perché è un po’ meno il ritratto di una tipica famiglia americana mentre il gioco è un po’ più manifesto. Mi spiego: la protagonista è una ragazza dai natali incerti di nome Purity ma che si fa chiamare Pip, come un certo famoso personaggio della letteratura inglese… Poi c’è un altro personaggio che si paragona diffusamente ad Amleto… Non fare finta di niente, hai capito cosa intendo!

Jonathan Franzen: Sto cercando la critica nascosta nelle tue parole (ride).

MILLER: Sono solo curiosa di capire se è una cosa che è capitata da sé mentre scrivevi il libro, o se hai deciso consciamente di spingerti verso l’avventuroso, o il ludico o, perché no, perfino il postmoderno, se mi passi il termine.

FRANZEN: Sono appena tornato da un viaggio che mi sono concesso come premio per la fine del libro. Sono andato in Africa per la prima volta, ho fatto bird watching in Africa orientale. Fa uno strano effetto essere a Nairobi e di punto in bianco pensare di dover trovare qualcosa di intelligente da dire sul mio libro. Per cui vi chiedo innanzitutto di essere indulgenti perché, no, non ci sono riuscito a trovare qualcosa di intelligente da dire sul libro. In generale non aspiro ad essere particolarmente loquace, ma in questo frangente mi sento ad anni luce dalla loquacità…

Se rivado con la memoria ai giorni in cui il libro stava prendendo forma, non so dire da dove arrivi la storia. Sono convinto che per uno scrittore, col passare del tempo, diventi più difficile, non più facile, scrivere un romanzo. Credo abbia a che fare col fatto che all’inizio fai le cose facili, quelle più vicine alla superficie, poi passi a quelle di livello medio, e così, col passare del tempo, ti ritrovi a disposizione solo le cose che stanno giù in fondo. A quel punto capisci anche che c’era una buona ragione se non ne hai scritto fino a quel momento: perché non sai come farlo o comunque non vuoi davvero parlarne.

Non sto dicendo di averlo fatto coscientemente, ma credo che quando maneggi le cose più profonde, un certo tipo di realismo relativamente piano non è in grado di generare abbastanza energia per tirarle fuori. Credo venga da lì una certa preferenza per queste formule narrative più forti: usare situazioni più estreme per provare a infondere energia, per far saltare il coperchio.

Sai, avevo un paio di idee che mi ronzavano in testa da anni. Ho vissuto in Germania per un po’ di tempo quando ero studente, e continuava a tornarmi l’idea di un giovane dissidente della Germania Est. Riuscivo a vederlo, mi sembrava di conoscerlo, ma non c’ho mai fatto nulla. Poi c’erano alcune pagine su una giovane donna che lascia la Germania Est negli anni Cinquanta e diventa americana. Insomma, era questo il punto di partenza ma sinceramente non ricordo da dove sbuchi fuori la ragazza…

MILLER: La tua protagonista?

FRANZEN: Sì. Be’, una dei quattro: la vedo come uno tra quattro o cinque personaggi principali. È uno dei quattro punti di vista. Il suo nome è sulla copertina ma sarebbe stato un po’ inquietante se avessi scritto tutto un libro su una ragazzina, per cui ci tengo a sottolineare che metà del romanzo è raccontata da un punto di vista maschile e che per la maggior parte sono punti di vista adulti.

MILLER: Ecco, era proprio una cosa che volevo chiederti perché, come sai, tradizionalmente ci si chiede quanto sia facile o plausibile o convincente scrivere dal punto di vista di qualcuno di genere diverso. Adesso però mi sembra che, come mai in passato, sia diffusa l’idea che i giovani hanno una sensibilità completamente diversa da chi ha superato i cinquanta, che è l’età della maggior parte degli altri tuoi personaggi… gli altri tre personaggi, due uomini e l’altra donna, sono grandi abbastanza da essere i genitori di Pip. In cosa è particolarmente difficile scrivere dal punto di vista di un ventenne, ammesso che lo sia adesso più di quando eravamo noi ad avere vent’anni?

FRANZEN: Sai, un altro problema per il romanziere è che dopo un po’ tutti i tuoi amici sono scrittori o artisti, e tu vivi immerso in un mondo di scrittori e lettori, ma io non ho nessuna voglia di scrivere un libro su uno scrittore! A prendere uno scrittore così sul serio mi sembra di escludere tutti quelli che non lo sono. Così ho trovato un modo laterale per scrivere sugli scrittori: in un certo senso tutti i personaggi principali nel romanzo sono degli scrittori, ma solo uno viene chiamato così – ed è un personaggio minore.

E poi il fatto è questo: io non credo proprio che un qualunque scrittore, neanche Stephen King o James Patterson, scriva per tutti gli americani. Ciascuno scrive per quella porzione di americani che legge libri. E poi, dentro a questa porzione, ampia ma non totale, ce n’è una più piccola che legge tascabili, ma non quelli d’aeroporto. Mi rendo conto che non è chiarissimo, ma hai capito cosa intendo (ride). E loro, quei lettori, in un certo si ritrovano ipso facto estraniati dalla cultura americana perché leggere richiede tempo e concentrazione, e ti impone di staccare da tutte le notifiche e le distrazioni elettroniche mentre sei impegnato a leggere. E lo stesso capita per i personaggi. Si possono scrivere – e c’è chi lo fa – cose interessanti riguardo a gente che è del tutto connessa, immersa nel digitale, massimamente distratta, ma penso che ci sia un intero mondo di possibilità emotive che ti precludi se ti concentri solo su personaggi così.

E allora si può ricorrere a un altro sistema, magari un po’ artificioso, che è quello che ho adottato con la giovane Pip. L’ho fatta crescere in un prefabbricato della California del Nord con una madre che non approva la televisione. Così lei diventa atipica da questo punto di vista, ma a mio avviso per il pubblico di lettori che hanno accesso al libro, lei non è poi così atipica, risulta più riconoscibile. Ce ne sono di trovate come questa, e uno spera di farla franca. Non so se lei rappresenti i giovani di oggi, ma d’altra parte non è come se non avesse un cellulare. Nella vita reale poi di solito le persone non sono divertenti o espressive come sulla pagina.

Miller: Però a un certo punto la tua Pip si rende conto che la generazione dei suoi genitori, come dire, aveva idee molto diverse riguardo al sesso.

Franzen: Esatto.

MILLER: Ci sono modi in cui agisce, in cui si muove nel mondo, che sono specifici di chi si avvicina all’età adulta.

FRANZEN: Mi stai chiedendo se conosco dei giovani? (ride)

MILLER: Ti sto chiedendo se tu l’hai vista come una sfida.

FRANZEN: In generale penso che un autore non debba conoscere tutta una generazione, basta che conosca delle persone che ne fanno parte. E quel giovane in particolare può non essere rappresentativo, ma per me è plausibile… perché io ne conosco di ragazzi così. Conosco dei ventenni straordinariamente intelligenti, dalle ottime letture, emotivamente consapevoli, e li adoro, ed è tutto quello che mi serve.

MILLER: C’è stato qualcosa di particolarmente difficile, una sfida, nella scrittura di questo libro? Voglio dire, ci sono alcune cose di Purity che mi hanno ricordato il tuo secondo romanzo: il complotto che aleggia nella trama…

FRANZEN: E anche La ventisettesima città.

MILLER: Sì, è vero. E c’è una trama… non voglio dire più convenzionale, ma certo dal peso specifico maggiore. Qual è la difficoltà di un cambiamento simile?

FRANZEN: Non voglio assolutamente ripudiare i miei primi due romanzi. Ci sono cose che mi piacciono e sono fiero di averli scritti, soprattutto considerando l’età che avevo. Però non avevo il pieno controllo di ciò che stavo facendo. Mi stavo solo sforzando di fare tutto quel che sapevo e speravo che fosse abbastanza. Più o meno dev’essere quel che faccio anche adesso (ride), ma, insomma, hai capito cosa intendo.

Scrivendo Le correzioni mi sono ribellato all’idea di trama. Scrivere una trama è facile. Sono cresciuto leggendo roba di fantascienza o fantasy tutta basata sulla trama: quello è il mio modo di scrivere naturale ed è un modo evidente nei miei primi due romanzi. A un certo punto delle Correzioni, mentre ero tutto preso a rimpolpare la trama, ho deciso che concentrarmi sul plot era un errore, che ciò di cui avevo bisogno era una storia, che è una cosa diversa. La storia è molto semplice, la storia dipende dalla situazione e dai personaggi, e a quel punto il plot ha cominciato a sembrarmi un artificio e un impedimento. Ma non volendo ripetermi, neppure per far meglio, ho pensato di tornare alle origini e mi sono detto, riproviamoci con la trama cospirazionista.

MILLER: Come ti ha fatto sentire?

FRANZEN: È una cosa insidiosa, la trama. L’ho abbozzata, ma quando ho provato a svilupparla ovviamente non funzionava.

MILLER: Mi sembrava che avessi detto che era stato facile.

FRANZEN: Be’, vedi, è facile buttarla giù, ma poi scopri che non ha senso, e che a tutte le persone con cui ne parli – ho un paio di amici con cui ne parlo, Elizabeth Robinson in particolare – lì per lì pare sensata, ma poi scopri che no, non funziona. È una faccenda un po’ rischiosa, ma sapendo quel che ora so del libro, cioè che devono essere i personaggi a guidare lo sviluppo, è stato anche divertente. Mi è piaciuto. E ho pensato che magari i lettori non ne sarebbero stati infastiditi ma io lo ero e mi metteva ansia e per certi versi me ne vergognavo moltissimo, così mi dicevo che tutto ciò che volevo era fare in modo che il lettore continuasse a leggere fino in fondo, che desse una possibilità al libro e arrivasse fino alla fine, e a quel punto avrebbe avuto gli elementi per decidere. Non so che cosa ho letto e non sono sicuro che mi piaccia, ma almeno l’ho letto tutto e avevo voglia di vedere come andava avanti. Francamente ho preso dei soldi per quel libro (ride), e dato che ci sono dentro delle cose strane volevo che almeno gli editori non potessero imputarmi di non aver scritto un romanzo godibile e avvincente.

MILLER: Su questo puoi stare tranquillo.

FRANZEN: Grazie. Adesso sono in quella fase strana in cui un progetto soggettivo diventa improvvisamente oggettivo agli occhi del mondo, e la gente mi sta dicendo che ha voglia di continuare a leggere.

MILLER: Grandioso.

FRANZEN: Bene, sì.

MILLER: Ricapitolando, tu avevi un qualche piano in mente quando ti sei messo all’opera, ma appena hai iniziato a metterlo in pratica ti sei accorto che non funzionava. Sei il tipo di scrittore che scopre quello che vuole fare nel momento in cui lo fa, o devi avere tutto pianificato in precedenza?

FRANZEN: Penso che in generale aiuti partire con persone che si trovano in una posizione molto instabile, una posizione d’ansia o di stress, perché a quel punto sai che qualcosa dovrà sicuramente cambiare. Ecco il primo problema. E poi le persone stressate tendono a essere divertenti, io le trovo divertenti!, e così puoi fare affidamento sulla probabilità che si sviluppi qualcosa di buffo. Trovo che sia importante. Poi tiri giù un piano ma appena ti metti a scriverlo capisci che è un pessimo piano. Il primo capitolo mi è venuto fuori molto facilmente ma poi sono rimasto bloccato per quasi un anno.

MILLER: Però alla fine l’hai scritto abbastanza in fretta, per i tuoi standard.

FRANZEN: Dopo che ho capito dove andava a parare, è bastato un altro anno ed era finito. Ma questo perché nel frattempo avevo buttato giù una scaletta e, sulla base di quella, avevo venduto il libro. E, proprio come un qualunque attestato di vendita, quella scaletta aveva una sua intrinseca forza di persuasione, come a dire Oh, certo, sembra un libro interessantissimo. Perfino io ci credevo, finché non mi sono reso conto che il fatto di non avere la più pallida idea di che cosa facessero i due protagonisti, né di dove vivessero, o in quale situazione si trovassero, beh, poteva essere un bel problema. Perciò mi sono ancorato al materiale già pronto, come ho detto. Da un bel pezzo avevo il personaggio della Germania dell’Est, ma gli altri hanno avuto bisogno di parecchio lavoro. Vai dritta al cuore del processo, eh, Laura?

MILLER: Credo che i lettori siano interessati al tuo processo creativo.

FRANZEN: Non ero a disagio quando siamo saliti sul palco, ma adesso inizio a esserlo (ride).

MILLER: E non potrà che peggiorare.

FRANZEN: Okay, d’accordo. E se parlassimo dei Warriors?

MILLER: Dunque, sorprese. Sorprese nelle cose che finisci col fare pur non aspettandotelo, nei posti che finisci col frequentare, nei soggetti che finisci col vedere? C’è della violenza in questo libro.

FRANZEN: Sì, c’è un omicidio nel libro.

MILLER: Spoiler!

FRANZEN: No, non è davvero uno spoiler. Era nell’estratto che hanno pubblicato sul New Yorker prima dell’uscita (ride). È un auto-spoiler. E comunque succede abbastanza all’inizio del libro. Sì, c’è un omicidio, penso che sia scritto anche nel risvolto che ci scappa il morto, quindi non sto rivelando nulla.

MILLER: E quindi c’è un assassino…

FRANZEN: Sì, in quarta di copertina dell’edizione per i giornalisti mi sembra che ci sia un riferimento a un assassino. Non ricordo quando l’ho deciso, non sapevo neanche chi avrebbe ammazzato. O comunque avevo un’idea sbagliata. Non sapevo per chi uccideva. E così nella seconda sezione c’è una persona borderline, una specie di narcisista, affascinante e divertente ma comunque, in un certo senso, turpe e se c’è una cosa che ho capito è che un lungo capitolo su un tipo turpe sarà un capitolo turpe (risate). Non importa quanto sia scritto bene, resta turpe. E questo mi ha bloccato un paio di mesi finché ho capito che se avesse davvero amato qualcuno, questa cosa l’avrebbe redento abbastanza da smarcarsi dalla zona turpe. Avevo questa ragazza senza origini nel primo capitolo, questo noioso tedesco nel secondo e lì ho capito, Ecco, mi sono detto, posso fare in modo che sia lei la persona a cui tiene. E a quel punto tutto ha iniziato a andare al posto giusto. Quindi, sì, si scoprono un sacco di cose scrivendo.

MILLER: A quel punto navigavi a vista.

FRANZEN: Devi per forza navigare a vista. Se non lo fai è come se seguissi un copione. E comunque l’idea è quella di prefissarti un luogo per te inaccessibile a cui approdare, allora sì che diventa un’avventura. È come se ci fosse una cima che nessuno ha mai scalato, e nessuno avesse mai usato un compressore per piantare i chiodi sulla parete, e allora tu devi trovare il tuo modo di arrivare in cima e il modo di divertirti facendolo. Per me è quasi un articolo di fede che se è divertente per lo scrittore, se è un avventura per lo scrittore, questo contagerà anche il lettore che proverà le stesse cose.

MILLER: Hai un modo fantastico di parlare dei tuoi personaggi, sembrano persone che conosci davvero. Sono curiosa di sapere come nascono: ti ispiri a qualcuno che conosci o viene tutto da dentro di te? Ti piacciono più delle persone reali?

FRANZEN: Be’, guarda, non posso dire che mi piacciano più delle persone reali, diciamo quasi altrettanto. Non funziona nulla finché non trovo dei personaggi da amare, e anche al personaggio minore devo trovare il modo di affezionarmi. Spesso si tratta di creare un collegamento con una o più persone che ho incontrato o conosco. Il caso migliore è quando si stabilisce un’immediata simpatia con qualcuno che però non conosco bene e che non vedrò mai più. Così l’immaginazione è libera di lasciarsi ispirare dalle piccole intuizioni. La mia forza di scrittore è avere personaggi che amo: è questo che definisce il mio lavoro.

La tensione è tra due imperativi: da una parte quello di fare un libro che veramente conti qualcosa per qualcuno. Allo stesso tempo il compito di uno scrittore è provare a dire la verità. Poiché viviamo in un mondo di ipocrisie, di opinioni comuni, di ideologie stracondivise, lo scrittore che non si accontenta di queste ideologie a volte semplicistiche finisce per apparire in opposizione alla vasta maggioranza di persone che invece condividono quelle idee. Così si dice, Dunque, vediamo, molta gente crede in certe cose, lui attacca quelle cose, evidentemente non gli piace la gente: il ragionamento, però, è un po’ monco così.

MILLER: Sai, quando parli della responsabilità dello scrittore di dire la verità, be’, questa è proprio una caratteristica di Pip – Pip è una di quelle persone che dicono sempre quello che pensano.

FRANZEN: Sì.

MILLER: Fin troppo. Parlo di quella che lei giudica una specie di malattia mentale, crisi di nervi, le chiama.

FRANZEN: Ha delle crisi di nervi e la gente pensa che sia una persona ostile.

MILLER: Sì, è così.

FRANZEN: Mi stanno molto simpatiche le persone ostili, e penso che spesso siano anche molto divertenti.

MILLER: E ovviamente c’è il tema della pulizia e della purezza. Insomma, è il titolo del romanzo! Queste due cose sono legate, queste due idee, per te?

FRANZEN: A dire il vero, non credo. Non so perché ho scelto quel titolo, e vorrei averne trovato uno migliore perché c’è qualcosa di vagamente turpe nell’idea di purezza. E non dovrebbe essere così, dovrebbe essere: “Purezza, c’è niente di più desiderabile?”. Ma già nelle lettere P-U-R, c’è qualcosa che non lo è. È quasi un atto di coraggio dire che il titolo del mio romanzo è Purity. Non sarei riuscito a farlo un anno fa: lo chiamavo semplicemente “il libro”.

La parola ha significati diversi nel testo. Avevo in mente Purity in parte perché avevo appena finito il Progetto Kraus, sulla figura di Karl Kraus, lo scrittore satirico austriaco che teorizzava la purezza del linguaggio, del tedesco in particolare. E la parola «purezza» è così greve di significati in tedesco che non hanno potuto intitolarlo così in Germania, hanno dovuto chiamarlo in un altro modo. Ma mi ha molto colpito, occupandomi dei seguaci di Kraus, vedere l’attrazione di questi giovani verso l’idea di purezza che lui gli aveva promesso, e ho avvertito una connessione con chi aderisce a versioni radicali e militarizzate dell’Islam e con l’idea di purezza che muove i fanatici di tutti i tipi, anche in certe aree della politica americana. Purezza non è che una parola, e la purezza ideologica è una cosa di cui si sente spesso parlare ai giorni nostri – i Tea Party tengono sotto controllo la purezza dei candidati. Perciò era un concetto che mi impegnava la mente e, per come la vedo io, tutto questo ha poco a che fare con il dire la verità, perché la verità è più sfumata e decisamente meno conoscibile di quanto non sia propenso a credere chi dice “Non devo far altro che essere puro per essere nel giusto”. Be’, penso che la verità sia l’opposto di tutto questo.

MILLER: Ecco, una delle ragioni per cui ti ho chiesto questo è che uno dei tuoi personaggi è un giornalista e mi sembra che i giornalisti vengano trattati bene in questo libro. C’è un personaggio che ha un’agenzia non profit…

FRANZEN: Una Cir, una cosa tipo ProPublica…

MILLER: Sì. E tu sei stato anche giornalista. Come vedi la relazione tra giornalismo e narrativa?

FRANZEN: Sono complementari. È bello essere l’intervistatore piuttosto che l’intervistato, tanto per cominciare. È bello stare zitto e lasciare che sia qualcun altro a parlare. Ma è bello anche uscire da sé, andare nel mondo. Voglio dire che il problema con la scrittura narrativa è che ti chiude in te stesso, devi lasciar fuori quasi tutto per permettere al sogno di emergere. Quindi è bello uscire nel mondo, e d’altronde un certo tipo di argomentazione saggistica o polemica si esprime al meglio in forma di non-fiction, mentre la fiction è più solida quando lascia fuori tutto questo. Penso che l’errore che ha commesso un certo tipo di letteratura postmoderna americana del dopoguerra sia stato quello di inglobare tutti quei contenuti politici nella narrativa, invece di lasciare che fosse l’opera a respirare secondo i propri ritmi. Per questo è stato così liberatorio per me poter scrivere della non fiction.

Parlando della mia solidarietà con i giornalisti, sono consapevole di essere un privilegiato perché in effetti io vengo pagato e, per quanto su scala globale la si possa considerare una questione secondaria, di certo non lo è per quei giornalisti che incontrano sempre più difficoltà a venire pagati per il proprio lavoro. Si sta sviluppando un modello non profit, ma io ho un enorme rispetto per la professione giornalistica, mentre ho diverse ragioni di contrasto con internet: e una delle principali è appunto la fatica che fai a farti pagare se sei un freelance, anche se hai fatto un lavoro eccellente. È una cosa da avvoltoi: qualcuno da qualche parte ha raccolto un corpus di fatti ma questi fatti vengono immediatamente ripresi, linkati, ritwittati e la persona che si è presa la briga di raccoglierli non viene adeguatamente compensata per tutte le volte in cui questi fatti sono consumati da altri.

Per cui ho voluto ricordare alla gente che c’è qualcosa di emozionante nell’idea di giornalismo, e qualcosa di prezioso. Questo, forse, è il servizio pubblico del mio libro.

MILLER: E in opposizione a questa idea uno dei tuoi personaggi è un…

FRANZEN: Un leaker.

MILLER: Un leaker, sì. Non è Julian Assange ma c’è qualche somiglianza, e qualche differenza, certo. E questo fa emergere un mucchio di domande interessanti sulla segretezza e la privacy nel dibattito fra i personaggi. Il leaker afferma che il segreto è oppressione e potere, mentre la trasparenza è libertà, o un suo omologo. Insomma: qualcosa di molto orwelliano. Il personaggio del leaker è uno dei protagonisti, ma in lui c’è anche un tratto molto inquietante. È un tipo turpe.

FRANZEN: Sì, la vita gli ha servito delle brutte carte, credo, e lasciami schivare la domanda tornando alla purezza di poco fa e dicendo che una delle cose che ho provato a fare è scrivere dell’idealismo giovanile: praticamente tutti i personaggi li vediamo non solo come adulti ma anche come giovani idealisti. E, cosa interessante, il personaggio che rimane giovane nel corso di tutto il libro è quello meno incline a tensioni idealistiche. Il che è tipico di molti dei ventenni che frequento io: conoscono il mondo meglio di quanto lo conoscessi io a vent’anni, ma io ho la sensazione che quando sei giovane tendi a vedere le cose o bianche o nere e la purezza ti sembra una cosa giusta a cui aspirare – l’artista puro, o lo scrittore puro, o la pura missione di servire gli oppressi, o quello che è. E io volevo scrivere un libro che trovasse spazio per l’idealismo giovanile ma mostrasse anche le sue possibili derive positive o negative, più spesso negative. E sì, se metti su google questo personaggio e la parola «purezza», a quanto pare ti escono milioni di risultati. Questa è la…

MILLER: Intendi nell’universo del romanzo?

FRANZEN: Sì, sì, nell’universo del romanzo. E, be’, cos’è un romanzo senza un po’ di ironia…

MILLER: Ti disturba questa ossessione per la divulgazione di informazioni e per lo spiattellamento di segreti?

FRANZEN: Mi disturba chi porta tutto questo all’estremo affermando che non abbiamo bisogno di giornalisti perché ci sono i leaker, e il crowd sourcing e il giornalismo partecipativo e i citizen photographer. Penso che sia sbagliato. E che apra la strada a un elettorato uniforme e oppresso, perché se non c’è più nessuno che si prende la responsabilità di raccontare quello che succede a Washington, se è tutto un leak indistinto, con uno che dice una cosa e l’altro che dice il suo opposto, se chi grida più forte e ha più follower possiede in automatico la verità… ecco, penso che sia davvero una brutta situazione. Perciò prendere la fuga di notizie come modello per come deve funzionare l’informazione oggi, sì, penso che sia un problema. Se non altro perché è maledettamente ingiusto verso il giornalismo autentico.

MILLER: Una delle cose affascinanti di questo libro è l’occhio con cui guardi persone particolarmente carismatiche – ce ne sono diverse fra i tuoi personaggi– nel tentativo di scoprire che cosa le renda tali. Pensi che si tratti di una singola qualità o è un particolare tipo di personalità?

FRANZEN: Non so quanto sia riuscito a far luce sulla questione, alla fine, ma è di certo una categoria che tiro spesso in ballo. Strano a dirsi, ma in Africa ho seguito un percorso che è una specie di classico del birdwatching dell’Africa orientale, e ho incrociato un altro gruppo guidato da un giovane sudafricano di origini tedesco orientali. Per quanto fosse barbuto e vestisse cachi, ho avuto la netta impressione di parlare con l’Andreas Wolf del romanzo. Era un tipo molto divertente – parlava troppo, di bell’aspetto, e aveva una certa luce negli occhi. Non riuscivi a smettere di guardarlo. È bene ricordare che il carisma esiste sul serio. Ci sono davvero persone che per loro natura catturano l’attenzione e inducono ad aprire il proprio cuore anche quando non le si conosce affatto.

L’intervista si è svolta al Book Expo America 2015. Si ringrazia l’editore FSG e il sito Work in Progress da cui è tratta.


Jonathan Franzen è autore, oltre a Purity, di altri quattro romanzi – tra cuiLe correzioni e Libertà – oltre che di numerosi volumi di reportage e saggi. Tutti i suoi libri sono pubblicati da Einaudi.
Laura Miller, critica letteraria, insieme a altri ha fondato Salon.com nel 1995. Oltre che su Salon collabora con la «New York Times Book Review», il «New Yorker», il «Los Angeles Times», e il «Wall Street Journal».

«Oddio! Da quando in qua ha certe orecchie?»

karenina-evidenza5-800x423

Per celebrare la nuova traduzione di Anna Karenina, pubblichiamo le pagine del famoso incontro sul treno tra Anna e Vronskij, precedute da un testo di Claudia Zonghetti.

di Lev Tolstoj

978880622678GRA-e1466502711468

Il libro: Lev Tolstoj, Anna Karenina, Einaudi 2016. Traduzione di Claudia Zonghetti.

 

Il faut le battre, le fer, le broyer, le pétrir…

 

Ricordo di avere letto, qualche anno fa, un’intervista a Maurizia Balmelli. Aveva appena vinto il premio von Rezzori con Suttree (di Cormac McCarthy) e, in sunto, diceva che l’avere tradotto da quella che era la sua seconda lingua di lavoro aveva fatto sì che l’attenzione fosse a un livello superiore, che la vigilanza su lessico e sintassi avesse la punta meglio temperata.

Ecco. Mutatis mutandis mi è accaduto qualcosa di simile. Nel derby che ogni studente di russo (o lettore accanito) si trova sempre e comunque a giocare, io tifavo Dostoevskij. E per qualche decimo di secondo ho sperato di sentire quel nome, dalla cornetta.

Invece no. Tolstoj. A Guerra e pace avrei abdicato. Ma Anna Karenina

Tolstoj non è l’autore che tengo sul comodino, dicevo, ma negli ultimi anni mi è capitato di tradurre scrittori che lo veneravano: Vasilij Grossman, che lo indica spesso come proprio maestro e ispiratore (e che a Tolstoj è stato spesso paragonato) e Michail Bulgakov («In Russia chiunque scriva lo deve a Lev Tolstoj», disse un giorno a un amico. «E chi è, Gesù Cristo?» si sentì ribattere. «Sì, Tolstoj sta alla letteratura come Gesù Cristo sta al cristianesimo. Dopo Tolstoj non si può più vivere e scrivere come se Tolstoj non ci fosse mai stato», concluse).

Forte di queste letture (e di molte altre, ovvio, accumulate nel corso di almeno un paio di decenni e riprese e ampliate con curiosità bulimica), come prima cosa ho però riaperto qualcun altro che – ricordavo – non nutriva una particolare passione per il conte e si era concentrato sui colori, gli odori e i suoni della sua scrittura, vale a dire Angelo Maria Ripellino e il suo Per Anna Karenina.

I suoi appunti sono stati importanti per cominciare ad accordare l’occhio e l’orecchio, per cogliere i vari «sortilegi di rumori e movimento» (le descrizioni cinetiche sono davvero portentose: la corsa di Vronskij e Frou-Frou è descritta in ogni fremito dei due protagonisti, ma anche l’andirivieni di Karenin per le stanze di casa sua, mentre prepara la reprimenda da fare a Anna, sorta di stream of consciousness ante litteram tanto quanto i pensieri sinestetici di Anna sul treno che la riporta da Karenin, che troverete qui sotto), il «tempo nervoso» (e sempre più raggrumato e gorgogliante delle liti fra Anna e Vronskij, per esempio), quello stile che quando è freddo sa caricarsi di ironia e quando si scalda mantiene comunque una capillarità emotiva che non diventa mai pathos spicciolo, quell’ironia che spazia dalla boutade al sarcasmo più affilato.

«Il russo di Tolstoj» è sempre stato un’icona da venerare per qualunque russista.

Al tornasole della traduzione, «i russi di Tolstoj» sono molto meno impeccabili e torniti, sono molto più maculati e sapidi di quanto ci hanno sempre insegnato. E sono perciò efficaci non per olimpica perfezione, ma per astuto e virtuosistico mimetismo.

Spero, dunque, di avere restituito a ogni personaggio la sua voce specifica, fatta di cadenze, tic lessicali, registri accordati singolarmente (confesso di avere usato stratagemmi non sempre canonici, per riuscirci, appoggiandomi anche a tipi cinematografici sicuramente eretici, se paragonati a un classico di tale levatura, ma sulle «filologie a posto» – Ripellino, ancora lui – non ho mai ammesso deroghe).

E spero proprio, ancora, di non avere «rimodernato» Tolstoj come facevano le sartine di una volta con le giacchette passate di moda: una piega scucita qua, una pince aggiunta là, un paio di giovanilismi, una semplificata alla sintassi, uno scalino sceso verso il basso nella scala sinonimica. No. Al contrario. Spero che la sapidità di alcune scelte lessicali e sintattiche si percepisca.

Insomma, in conclusione, spero di avere restituito a Tolstoj un po’ più di Tolstoj.

 

Claudia Zonghetti


stelle
«Anche questa è fatta, grazie a Dio!» fu il primo pensiero che passò per la mente di Anna mentre si congedava dal fratello rimasto a ingombrare il corridoio del vagone fino alla terza campanella. Si sedette accanto ad Annuška e osservò la penombra della carrozza letto. «A Dio piacendo domani rivedrò mio figlio e mio marito e riprenderò la vita di sempre, la mia solita, vecchia vita».

Tesa e affannata com’era stata durante tutto quel giorno, Anna si diede a prepararsi per il viaggio con cura e soddisfazione; le sue piccole mani agili aprirono e richiusero una sacca rossa dalla quale cavò un cuscino che sistemò sulle ginocchia; coperte per bene le gambe, prese posto serena. Una signora inferma aveva già deciso di coricarsi. Altre due presero a conversare con lei mentre un’altra, piuttosto grassa, si infagottava senza risparmiare commenti sul riscaldamento. Anna accennò qualche risposta, ma intuendo che la conversazione non sarebbe risultata di alcun interesse, chiese ad Annuška di trovarle il lume, lo agganciò al bracciolo del sedile, dopo di che sfilò dalla borsa un tagliacarte e un romanzo inglese. In un primo momento non riuscí a leggere. La disturbavano il chiasso e l’andirivieni. Poi, quando il treno partí, ci furono i rumori d’intorno a pretendere d’essere ascoltati: la neve che batteva contro il finestrino di sinistra e si appiccicava al vetro, il capotreno che passava coperto di neve solo da un lato, le chiacchiere sulla tremenda bufera in corso. Da un certo momento in avanti, però, tutto prese a ripetersi sempre uguale – i sobbalzi ritmati, la neve contro il vetro, i bruschi passaggi dal caldo al freddo e dal freddo di nuovo al caldo umido, i visi che baluginavano nella penombra e le voci, sempre le stesse – cosicché Anna cominciò a leggere e a capire che cosa stava leggendo. Annuška sonnecchiava con la sacca rossa sulle ginocchia, stretta fra le mani guantate (uno dei due guanti, però, aveva un buco). Anna leggeva e capiva quanto stava leggendo, ma la lettura – il riflesso sulla carta di vite altrui – non le procurava alcun piacere. Aveva troppa voglia di viverla, la vita. Se leggeva che la protagonista del romanzo si prendeva cura di un malato, subito avrebbe voluto entrare con passo lieve nella stanza dell’infermo; se leggeva di un qualche parlamentare che pronunciava un discorso, lei per prima aveva voglia di tenerne uno; e se una tal lady Mary inseguiva a cavallo un branco di volpi e stuzzicava la cognata lasciando tutti basiti con il suo ardire, subito aveva voglia di imitarla. Ma c’era poco da fare, per il momento. Dunque si limitava a giocherellare con il tagliacarte, imponendosi di continuare a leggere. Il protagonista maschile stava giusto per assaporare la sua felicità inglese – il titolo di baronetto e una tenuta dove anche lei avrebbe tanto desiderato andare a vivere, magari insieme a lui – quando di colpo Anna sentí che Vronskij avrebbe dovuto vergognarsi e lei con lui. Di che cosa, però? «Perché dovrei vergognarmi, io?» si chiedeva, perplessa e offesa. Mise da parte il libro e si abbandonò sullo schienale del sedile stringendo forte il tagliacarte con entrambe le mani. Non aveva nulla di cui vergognarsi, pensò. Passò al vaglio i suoi ricordi moscoviti. Erano tutti belli, tutti piacevoli. Ripensò al ballo, ripensò a Vronskij e al suo viso innamorato e devoto, e ripensò a quanto era accaduto fra loro: non c’era nulla di cui vergognarsi, no. Eppure la sensazione di vergogna si faceva via via piú forte, e mentre ripensava a Vronskij era come se da dentro al suo cuore una vocina le dicesse: «Acqua, fuochino, fuoco!» «E allora? – si chiedeva, convinta, rigirandosi sul sedile. – Che significa? Ho forse paura di guardare in faccia quel ricordo? E perché? Forse che fra me e quell’ufficiale troppo giovane ci sono o potranno mai esserci rapporti diversi da quelli che ho con un qualunque conoscente?» Anna si concesse un sorriso sprezzante e riprese il libro, ma senza piú capire che cosa stava leggendo. Fece scorrere il tagliacarte sul vetro, dopo di che ne appoggiò la superficie liscia e fredda sulla guancia e per poco non scoppiò a ridere per una gioia repentina e immotivata. Sentiva che i suoi nervi si tendevano sempre piú come corde sui cavicchi. E sentiva che i suoi occhi sempre piú si spalancavano, che le dita di mani e piedi si muovevano nervose, che dentro di lei qualcosa le impediva il respiro e che le immagini e i suoni di quella penombra tremolante la colpivano con un’intensità straordinaria. Era continuamente assalita dai dubbi: il treno avanzava o andava indietro? O forse era addirittura fermo? Era Annuška, la donna accanto a lei, o era un’estranea? «Quella sul bracciolo è una pelliccia o una bestia? E io sono davvero io?» L’idea di arrendersi al sonno la spaventava. Allo stesso tempo, però, qualcosa al sonno la allettava, e a sua discrezione Anna ora cedeva, ora faceva resistenza. Si alzò in piedi per tornare in sé, si scrollò di dosso il plaid e staccò la pellegrina dall’abito. Ripresasi per un istante, capí che l’uomo che era appena entrato – smunto, con un cappotto di nanchino al quale mancava un bottone – era il fochista venuto a controllare il termometro, e che il vento e la neve l’avevano seguito dentro allo scompartimento. Poi tutto tornò di nuovo a confondersi… Lo strano uomo dal corpo allungato si mise a raschiare qualcosa dalla parete e la vecchia allungò le gambe da un capo all’altro dello scompartimento, riempiendolo come una nuvola nera; a quel punto qualcosa prese a stridere e a sbattere in modo tremendo, come se stessero squartando qualcuno, e una luce rossa le accecò gli occhi. Poi tutto sparí. Anna si sentí come sprofondare. Ma non aveva paura: si divertiva, anzi. A un certo punto la voce dell’uomo imbacuccato e coperto di neve le gridò qualcosa all’orecchio. Anna balzò in piedi e tornò in sé; capí che erano arrivati a una stazione e che quel tale era il capotreno. Chiese ad Annuška di darle lo scialle e la pellegrina che si era tolta, se li mise e fece per uscire.

– Scendete? – le chiese Annuška.

– Sí. Ho bisogno di prendere un po’ d’aria. Si soffoca, qui dentro.

Aprí la porta. Subito il vento e la neve le si scagliarono contro per contenderle lo sportello. E le parve buffo. Anna aprí e scese. Il vento pareva avere aspettato soltanto lei e sibilò festoso: avrebbe voluto prenderla e portarla via, ma con una mano Anna si afferrò alla stanga fredda del vagone e, reggendosi il vestito con l’altra, scese sulla banchina e cercò riparo dietro alle vetture. Se sul predellino il vento soffiava convinto, sul binario l’aria era ferma. Anna respirò con gusto, a pieni polmoni, quell’aria che sapeva di ghiaccio e di neve. Intanto, in piedi accanto alla carrozza, osservava la banchina e la stazione illuminata.

 


stelle
Da oltre l’angolo della stazione la bufera turbinava sibilando fra le ruote dei vagoni e contro i pilastri. Vagoni, pilastri, esseri umani: la neve già li copriva tutti da un lato, sempre piú spessa. La tormenta pareva quietarsi qualche istante, ma poi si risvegliava con raffiche alle quali sembrava di non potersi opporre. Qualcuno le corse accanto conversando animatamente e fece scricchiolare le assi della banchina aprendo e richiudendo la grossa porta della stazione. Sotto i suoi piedi scivolò l’ombra incurvata di un uomo, seguita dai rintocchi di un martello contro il ferro. «Avvisali per dispaccio!» risuonò una voce stizzita dall’altra parte di quel buio imbiancato. «Favorite per di qua! Numero 28!» gridavano altre voci, mentre alcune sagome imbacuccate e coperte di neve correvano oltre. Due uomini le passarono accanto con la brace delle sigarette accese che brillava all’altezza della bocca. Anna fece un altro respiro profondo per riempirsi i polmoni; aveva già sfilato una mano dal manicotto per reggersi alla maniglia e salire sul treno, quando un tale in cappotto militare le si fece accanto nascondendole la luce già tremula del lampione. Si voltò e in quel medesimo istante lo riconobbe. Portata la mano alla visiera, Vronskij si inchinò a salutarla e le chiese se avesse bisogno di qualcosa, come potesse servirla. Lei lo guardò a lungo, senza dire una parola, e nonostante l’ombra lo nascondesse colse – o almeno credette di cogliere – l’espressione sul viso e negli occhi di lui. Era, di nuovo, quel misto di ammirazione e rispetto che tanto l’aveva colpita. Quante volte, negli ultimi giorni e ancora qualche istante prima, si era ripetuta che per lei Vronskij era solo uno fra le centinaia di giovanotti tutti uguali che ovunque si incontrano, e che mai si sarebbe permessa di pensare a lui. In quel momento, invece, in quel primo attimo, si scoprí orgogliosa e felice dell’incontro. Non aveva bisogno di chiedergli perché era lí. Lo sapeva perfettamente, come se lo avesse sentito uscire dalla sua bocca, che era lí perché lí c’era lei.

– Ignoravo che doveste partire. Come mai siete in viaggio? – gli chiese comunque, lasciando ricadere la mano con la quale avrebbe voluto aggrapparsi alla maniglia dello sportello. E sul suo viso passò un lampo di esultanza e di gioia irrefrenabili.

– Come mai, mi chiedete? – ripeté lui, fissandola. – Se sono partito, se sono qui, è perché qui ci siete voi, – disse. – Non posso fare altrimenti.

E in quello stesso istante, quasi gli fosse finalmente riuscito di scavalcare un ostacolo, il vento fece piovere la neve dal tetto della vettura e andò a scuotere una lamiera divelta, mentre in testa al treno riecheggiò il fischio denso della locomotiva, cupo e lamentoso. Quella bufera tremenda le parve, ora, ancora piú bella. Vronskij aveva detto esattamente ciò che il cuore voleva sentire ma la ragione temeva. Anna non rispose, ma sul suo viso Vronskij colse i segni della battaglia che si combatteva dentro di lei.

– Se ciò che ho detto vi ha turbato, perdonatemi, – le disse, dolente.

Pur rispettoso e garbato, Vronskij pronunciò quell’ultima parola con una fermezza e una determinazione tali, che per qualche tempo Anna non riuscí a ribattergli.

– Quello che avete detto è sbagliato, e da gentiluomo quale siete vi prego di dimenticarlo come io lo dimenticherò, – disse, infine.

– Non c’è vostra parola, non c’è vostro gesto che io voglia o possa dimenticare…

– Basta, smettetela! – le uscí in un grido mentre si sforzava in ogni modo di imporre un’espressione seria a quel viso che lui stava fissando con avidità. Afferrata la maniglia fredda del vagone, Anna salí sul predellino e si infilò, svelta, nella carrozza. Si fermò, tuttavia, nel corridoio, e ripensò a quanto era accaduto. Non ricordava né le parole di Vronskij né le proprie, ma le bastava il cuore per capire che quello scambio fugace li aveva avvicinati come non mai; e ne fu spaventata e felice insieme. Rimase qualche istante dov’era, poi rientrò nello scompartimento e si accomodò al suo posto. E lo stato di magica tensione che l’aveva tormentata all’inizio del viaggio non solo fu di ritorno, ma si esasperò; l’idea che, dentro di lei, una corda troppo tesa potesse spezzarsi la spaventava. Non chiuse occhio per tutta la notte. La tensione e le fantasie che riempivano la sua mente, però, non avevano nulla di sgradevole e di cupo; al contrario, erano gioiose, calde e conturbanti. Anna prese sonno, seduta, che era quasi mattino; quando si svegliò c’era già luce e il treno era ormai prossimo a raggiungere Pietroburgo. E subito la casa, il figlio, il marito e le incombenze di quel giorno e dei successivi occuparono ogni suo pensiero.

A Pietroburgo scese non appena il treno si fu fermato, e il primo viso che richiamò la sua attenzione fu quello del marito. «Oddio! Da quando in qua ha certe orecchie?» pensò osservando quell’uomo freddo e imponente e i due enormi padiglioni auricolari che – ne fu stupita! – parevano quasi sostenere le falde della bombetta. Scorgendola, il marito le andò incontro con le labbra composte nel solito sorriso ironico e con i grandi occhi stanchi che la cercavano. Incrociando il suo sguardo protervo e affaticato, Anna sentí una fitta al cuore; se l’era immaginato diverso, suo marito. La colpí, soprattutto, il senso di disagio che provò nel vederlo. Era una sensazione che conosceva, tutt’altro che nuova e in sintonia con quelle specie di recite che erano i suoi rapporti con il consorte. Ma se prima evitava di farci caso, ora se ne rendeva lucidamente, dolorosamente conto.

– Come vedi, il tuo caro maritino è premuroso come nemmeno al secondo anno di matrimonio e ardeva dal desiderio di rivederti, – disse Karenin con la sua voce stridula e monotona, con la nota di sarcasmo che quasi sempre le riservava e che pareva farsi beffe di vezzi altrui.

– Serëža sta bene? – domandò Anna.

– È tutta qui, la ricompensa per il mio ardore? – rispose lui. – Sta bene, sta bene…

(Capitoli 29 e 30)

Agata Boetti

Il gioco dell’arte. Con mio padre, Alighiero

electa_boetti9180636gra

Electa Arte

data pubblicazione: 07/06/2016

pagine:285

prezzo: € 24,90

ISBN:9788891806369

“Mio padre aveva scritto: le cose nascono dalla necessità e dal caso. Questo libro è come il suo ricamo. Nato dalla necessità di trasmettere finalmente ai miei figli una parte importante della storia familiare attraverso la visione privata di un’opera che ormai appartiene al mondo intero e alla storia dell’arte. Parlare loro del nonno attraverso le sue opere e le sue spiegazioni: un’evidenza perché le sue opere erano lui ed erano anche i catalizzatori nella nostra straordinaria relazione.

978880622880MED

Lo hanno visto tutti, il mostro, sbattuto in tv e sulle prime pagine dei giornali. Era accusato di un crimine raccapricciante, ma adesso che è morto, la verità finirà sepolta con lui. A meno che Jean, la vedova, la moglie devota che gli è sempre stata a fianco in tribunale, non si decida a parlare. A meno che Jean alla fine non decida di raccontare la sua storia.

«Se avete amato la ragazza del treno dovete leggere La vedova. Un libro che vi terrà sulla corda»
Stephen King

«Questo libro è il nuovo La ragazza del treno».
The Observer

«Il thriller dell’anno».
Stylist

«Un debutto potentissimo».
The Independent

«Questo è un libro con su scritto bestseller».
Daily Mail

«Fiona Barton sa bene come far crescere la tensione».
The New York Times Book Review

***

In occasione dell’uscita del libro, è stato realizzato un booktrailer (guarda).

La Vedova parla di una bambina, Bella, scomparsa mentre giocava nel suo giardino di casa. La Vedova è Jean, moglie di Glen Taylor, un ex bancario e poi autista, con il turpe peccato della pedopornografia online e accusato del rapimento di Bella. La Vedova Jean parla in prima persona della vicenda e del tormento di vivere accanto a un uomo così mostruoso secondo la polizia, anche se poi sarà rilasciato per insufficienza di prove e ucciso da un autobus in corsa. Ma Jean non è l’unica voce del libro. Perché qui sono intersecati narratori e punti di vista, come quello dell’irriducibile reporter Kate, quasi un alter ego della Barton, che vuole intervistare la Vedova. Il risultato è una scrittura liscia ma corposa, ricamata da una ragnatela di illuminazioni, fragili sentimenti ed esili menzogne (leggi l’intervista all’autrice).

Antonello Guerrera, «La Repubblica» del 14 giugno 2016

 

978880623058MED

«Ho parlato per due anni con mille donne, da sei a novantasei anni. Soprattutto adolescenti, giovani donne. Ho posto a tutte le stesse domande: cosa sia importante nella vita, come ottenerlo, come fare quando quel che si aspetta non arriva. Nelle risposte il tema centrale è sempre l’amore. L’amore e il sesso, l’amore e il desiderio, il tradimento, la famiglia, l’impegno, il corpo, l’amore e i soldi. Una sinfonia di voci raccolte davvero, ascoltate davvero: occhi visti con gli occhi, risate e lacrime, confessioni e segreti. Un’orchestra di strumenti diversi, una sola musica. Da questo coro di parole sono nate le mie storie: prendono occasione dalla realtà ma si aprono alla libertà di immaginare, da un frammento di verità, vite e mondi».

Concita De Gregorio

***

A chi dice: io non capisco le donne, non le ho mai capite. Questo libro è per loro. A chi dice: solo a me poteva succedere, sono io che sono guasta. Questo libro è per lei.

«È un libro speciale, inaspettato: perché partendo da una montagna di videointerviste (raccolte da dieci collaboratrici) a ragazze, adolescenti, donne mature e anche anziane (una alla volta appaiono ogni giorno su Repubblica.it), non ha scritto di quelle vite, una per una, con la sapienza della giornalista che è, non ne ha fatto dei ritratti dal vero, non le ha chiuse in un saggio o un’inchiesta. Ne ha fatto quello che da lei ci si deve aspettare: una serie di racconti tra la realtà e la fantasia, partendo da una frase, da una risposta, da uno sguardo, da una confessione, da un ricordo, di una parte delle mille donne intervistate, creando attorno a ognuna un mondo, quello della sua immaginazione e della sua scrittura. Racconti brevi, racconti lunghi, letteratura: che quasi sempre, se nasce dal talento e dalle emozioni, è più reale della realtà, entra nel cuore di chi legge, e lì ci resta, come il minuscolo tassello di un paesaggio che non conoscevamo e che diventa nostro. Penso a La donna che scriveva racconti (Bollati Boringhieri) con cui l’autrice, l’americana Lucia Berlin, bella come Elizabeth Taylor, morta nel 2004, ha usato la sua vita travagliata, momenti spezzati e intrecciati, per farne dei racconti autonomi anche se autobiografi».

Natalia Aspesi, «la Repubblica» del 24 maggio 2016

Una mappa per decifrare le ragazze del nostro tempo, un amuleto per non perdersi, un antidoto alla paura.

«Ho parlato per due anni con mille donne, da sei a novantasei anni. Soprattutto adolescenti, giovani donne. Ho posto a tutte le stesse domande: cosa sia importante nella vita, come ottenerlo, come fare quando quel che si aspetta non arriva. Nelle risposte il tema centrale è sempre l’amore. L’amore e il sesso, l’amore e il desiderio, il tradimento, la famiglia, l’impegno, il corpo, l’amore e i soldi. Una sinfonia di voci raccolte davvero, ascoltate davvero: occhi visti con gli occhi, risate e lacrime, confessioni e segreti. Un’orchestra di strumenti diversi, una sola musica. Da questo coro di parole sono nate le mie storie: prendono occasione dalla realtà ma si aprono alla libertà di immaginare, da un frammento di verità, vite e mondi».
Concita De Gregorio

– Quando lui dice ciao tu allunghi la mano
e gli spegni il motore.
– Io spengo il motore della sua macchina?
– Certo. Se non lo fa lui lo fai tu.
– E se ha la marcia ingranata?
– Ma che c’entra. Non siete mica a scuola guida.
– E dopo?
– Dopo te l’ho già detto. Ripeto?

 

Da sola sulla spiaggia nera

olaf-evidenza-800x423

978880622841GRA-e1467179519449

L’autrice di Rosa candida torna in libreria con il suo primo romanzo, inedito in italiano, e completamente rivisto. In questo brano inedito racconta come l’ha scritto… anche grazie alle luminose notti islandesi!

di Auður Ava Ólafsdóttir

 

Sono in piedi sulla sabbia vulcanica nera della spiaggia a 64°N vicino a casa mia a Reykjavik. Sono le due di notte del 22 giugno 2016 e tutti dormono ma io la mia vicina foca giochiamo tra le alghe. Dormono le anatre e dormono le persone. È come guardare un film muto. L’Islanda è un’isola e dall’altra parte dell’oceano, molto più a sud, c’è l’Italia. Il sole è tramontato un’ora fa ma non ha fatto buio. Sono apparse giusto due strisce arancioni a colorare il cielo. Adesso c’è di nuovo la normale luce diurna.

Rimanere sveglia durante una notte d’estate mi ricorda quando stavo scrivendo il mio primo romanzo, Il rosso vivo del rabarbaro, poco prima del 2000. All’epoca facevo l’insegnante di storia dell’arte in tre diversi istituti e avevo un bambino piccolo. È per questo motivo che non avevo altro tempo per scrivere che in vacanza d’estate, di giorno… e di notte. Il libro è ambientato intorno al 1970 in un piccolo villaggio di pescatori tenuto in piedi soprattutto dalle donne che, anche, cantano nel coro e recitano nella compagnia locale. Siamo poco dopo che il primo uomo ha camminato sulla Luna e che in Islanda sono apparsi i primi televisori. Erano in bianco e nero, i televisori, come la sabbia e il mare. Anche la Luna era in bianco e nero, a differenza della luna piena della notte scorsa che era una splendida «strawberry moon», la luna piena del mese di giugno, il mese delle fragole. Augustina, la protagonista del Rosso vivo del rabarbaro è una ragazza che non assomiglia a nessuno (conoscete qualcuno che assomiglia a tutti? Io no). Viene concepita a agosto in un giardino di rabarbaro, l’unica «foresta» della mia isola nera. L’altra protagonista del libro è la natura islandese: perché se vuoi essere uno scrittore islandese devi partire dalla natura. Da quando ho scritto Il rosso vivo del rabarbaro ho pubblicato quattro romanzi (e ho quasi finito il quinto), un libro di poesie e quattro pezzi teatrali, ma le mie radici sono qui, nel mio primo romanzo. Nel senso che nei libri successivi torneranno molti dei temi che sono già qui: il femminile, la maternità, il conflitto tra il linguaggio e il corpo, il cibo, gli uccelli, l’isola, bambini concepiti in posti strani, l’imprevedibilità della natura, e protagonisti che non assomigliano a nessuno, come una ragazza «senza gambi»… Ma la mia specialità è sempre scrivere in una lingua minore che nessuno comprende!

SelfieNotte-e1467187615975

Come inizia Il rosso vivo del rabarbaro

Lo ha promesso piú volte: non andrà mai da sola giú al molo. Con le stampelle è un attimo slittare sull’untume di pesce e finire in mare.

«E se l’onda ti prende…» dice Nína.

Cosí ha deciso per la spiaggia, la sua spiaggia. Che proprio a lei possa venire in mente di avventurarsi da quelle parti non lo crederebbe nessuno. L’impressione che dà, quando arranca tutta storta sulle stampelle, non è certamente quella di un’amante del brivido. E invece, mentre Nína sbuccia le patate senza l’ombra di un sospetto, lei non fa che giocare d’azzardo con la vita.

Il sistema che ha inventato, e che le permette di ingaggiare un corpo a corpo molto personale con l’oceano, consiste nel procedere sui ciottoli rotondi della spiaggia con movimenti ondulatori, trascinandosi sulle mani, tipo gli acrobati dei circhi equestri quando si aggrappano alla criniera dei cavalli. Le gambe, intrecciate l’una all’altra, come i tentacoli di un celenterato, seguono a strascico segnando la sabbia con un unico solco. Nína non lo capisce che lei è la foca dei faraglioni e la sabbia nera della spiaggia il suo ambiente naturale.

Una volta giunta nel suo angolino preferito, si distende pancia in su e appoggia la testa fra due rocce, in modo che la sua visuale coincida con la linea d’orizzonte che unisce cielo e mare, proprio al di sopra dell’ombelico e del bacino. L’odore è un misto di salato e di asprigno. Cosa starà facendo Nína? A quell’ora, forse, pulisce il pesce. Il procedimento è consolidato: afferrare saldamente il pesce dalla parte della coda, praticare un’incisione sottile nella carne bianca proprio all’estremità e poi strappare via la pelle in un solo colpo, rapido e sicuro.

Dalla spiaggia, la casa rosa salmone non si vede, e nessuno sa che lei è qui. Nessuno tranne Dio, che la tiene sotto mira quotidianamente, giusto giusto sulla sua traiettoria di tiro, scoperta, indifesa: vista dall’alto, un minuscolo puntino sulla spiaggia.

Ed eccolo che appare, il Creatore, sotto forma di colomba e con una cinepresa da otto millimetri in grembo. Girerà un documentario su di lei, la sua creatura (la spia lampeggia a intermittenza regolare e spande sulla scena un chiarore rosato). Veramente, a uno sguardo piú attento, quello che si libra fra terra e cielo non sembra affatto una colomba. No, è uno stercorario artico; e volteggiando in spirali sempre piú strette la incalza, per poi puntare dritto su di lei come un cacciabombardiere sull’obiettivo, nauseabondo e strepitante. Perché lei non ha gambe per poter fuggire. Ma ha le stampelle, e ne basta una, per centrare in pieno il volatile. Cosí. Saper cogliere il momento giusto per volgere in proprio favore le circostanze della vita: ecco l’importante. Oltretutto, quel tratto di costa appartiene soltanto a loro due: a lei e a Dio. È lí che i loro regni si congiungono. Secondo una certa prospettiva, poi, se lei chiude le spalle e raccoglie le ginocchia a sé, può riempire l’intero giro dell’orizzonte. Può riempire il mondo, gettare la propria ombra su tutto ciò che esiste. Che D-I-O abbia da ridire?

olaf-libri-nuova