Samuel Beckett, L’innominabile

2018
Letture Einaudi
pp. XLVIII – 184
€ 18,50
ISBN 9788806135867

Prefazione di Gabriele Frasca
Traduzione di Aldo Tagliaferri

«Basta cercare, basta sbagliare, e si finisce per trovare, si tratta di andare per eliminazione»

Scritto in francese nel 1949, subito dopo Aspettando GodotL’innominabile è il testo che conclude la trilogia iniziata con Molloy e proseguita con Malone muore. Il monologo su cui è costruito muta però radicalmente rispetto ai due romanzi precedenti, influenzato proprio dalla scrittura teatrale, fisica, orale, che Beckett aveva iniziato a sperimentare. Il protagonista, immobile in un corridoio nell’ombra, parla tra sé e sé, è pura voce: non la trascrizione «finto parlata» di un narratore che scrive la sua storia. La voce racconta brandelli di vicende di vari personaggi ma si intuisce che si tratta dello stesso personaggio con nomi diversi. Chi è questo personaggio? Meglio sarebbe dire: chi siamo? Il capolavoro di Beckett rappresenta proprio il superamento dell’identità coinvolgendo il lettore-ascoltatore come forse nessun altro libro ha mai fatto.

Si tratta di ripetere ad arte e replicare infine alla seconda potenza l’ingresso di ciascuno di noi da straniero nel linguaggio, ma solo per esserne espulsi, secondo la parabola già tracciata col suo tedesco da Kafka, che non a caso chiamò i suoi personaggi romanzeschi solo K., cosí come Beckett, finita la stagione dei Murphy, Molloy e altri Malone, anzi M-alone, li avrebbe volentieri chiamati solo M (con o senza punto). Come tocca difatti per ben sette pagine nel manoscritto dell’Innommable a colui che diverrà infine Mahood. La questione è seria perché, esaurita la girandola di nomi con cui la borghesia si è dissolta nel presunto sistema a classe unica della guerra e dei totalitarismi, a voler trovare ancora un senso al sistema uno-a-uno su cui si basa la narrazione letteraria, a fronte della ricezione collettiva con cui s’impose quella audiovisiva, si tratta di stanare dal personaggio il lettore, e viceversa, e non d’intrappolarlo in qualcosa che lo estranei per l’ennesima volta alla sua stessa estraneità. E se per davvero occorre mettere l’uno sull’altro, o l’uno contro l’altro, Joyce, Proust e Kafka per poter comprendere la svolta epocale compiuta da Beckett non con Molloy e Malone muore, ma proprio con l’opera che avete fra le mani, siate però sicuri che per poter essere l’Innominabile, cosí come a ciascuno di noi viene richiesto, non occorre nient’altro che la disponibilità a rimanere una volta per tutte quello che siamo nell’atto stesso di leggere questo libro. Nessun’opera, siatene certi, vi chiederà di meno per darvi di piú.
dalla prefazione di Gabriele Frasca

 

Samuel Beckett nasce a Dublino nel 1906. Dopo essersi laureato al Trinity College, viaggia alcuni anni per l’Europa. A Parigi conosce il suo connazionale James Joyce, col quale instaura un profondo rapporto di amicizia e di comuni sperimentazioni letterarie. Tra le sue prime opere, scritte in inglese, spicca il romanzo Murphy. Nel 1938 si trasferisce definitivamente in Francia e partecipa alla resistenza antinazista. Dalla fine della guerra adotta il francese come lingua d’elezione e in francese scrive la sua grande trilogia narrativa: Molloy (1951), Malone muore(1951) e L’innominabile (1953). Il successo arriva soprattutto con i testi teatrali: Aspettando Godot (1952), Finale di partita (1957), L’ultimo nastro di Krapp (1957), Giorni felici (1961). Nel 1969 riceve il premio Nobel. Muore a Parigi nel 1989. L’Einaudi ha pubblicato tutte le opere di Beckett. Tra le edizioni più recenti, i romanzi MurphyWatt e MolloyTutto il teatroLe poesieIn nessun modo ancoraRacconti e prose breviMalone muoreMercier e Camier e L’Innominabile.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *